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Radio e Tv - Albori

His Master’s Voice (La voce del padrone) è stata un’etichetta discografica, nata nel 1899, della Gramophone Company con sede a Hayes, nel Middlesex, in Gran Bretagna. La voce del padrone divenne famosissima nei primi anni del ‘900 per le sue incisioni di musica classica e operistica, prima su rullo e poi su disco, eseguite da artisti di fama mondiale tra i quali Sergei Rachmaninoff, Arthur Rubinstein, Enrico Caruso, Arturo Toscanini. Il marchio, che tutti conosciamo, raffigura un cane che ascolta la voce del suo padrone attraverso la tromba di un fonografo. Fu una creazione del pittore Francis Berraud, che la  Gramophone acquistò a scopo pubblicitario. Francis Berraud aveva ereditato il grammofono e il cane dal defunto fratello Mark. Il grammofono era dotato di molti cilindri sui quali era incisa la voce del fratello, che Francis spesso faceva ascoltare al cagnolino Nick, un Jeck Russell Terrier. Berraud non aveva fatto altro che dipingere una scena abituale in casa sua. L’opera diventò uno dei marchi più famosi al mondo. Come compenso Francis Berraud ricevette una rendita annua di 30.000 sterline per tutta la sua vita.

Il cinema nasce come fotografia in movimento, come attrazione considerata dagli stessi fratelli Lumière di interesse passeggero, destinata a esaurirsi in breve tempo. La radio nasce come strumento di servizio per trasmettere notizie urgenti, ordini militari, richieste di soccorso. Nessuno, nemmeno il suo inventore Guglielmo Marconi,  aveva ipotizzato la possibilità che questo mezzo così sorprendente potesse diventare ciò che è oggi. Soltanto la televisione inizia la sua vita con la consapevolezza di essere un potente palcoscenico per l’informazione, la cultura e lo spettacolo proprio perché nasce come figlia della radio. Il 23 febbraio 1920 la stazione radiofonica inglese di Chelmsford inizia le prime trasmissioni regolari, considerate un pretesto per sperimentare e tarare microfoni, altoparlanti, strumenti di sintonia. I primi utenti radiofonici non sono che un pubblico ristretto, autentici pionieri dell’etere, siamo ancora lontani da un vero e proprio palinsesto. L’emozione maggiore per i radioamatori è quella di inseguire nell’etere note musicali, voci e rumori provenienti da tutto il mondo.

Il servizio in Italia nasce il 6 ottobre 1924 con un annuncio fatto da Ines Viviani Donarelli, che dice “ U.R.I. Unione Radiofonica Italiana: Uno Erre O, stazione di Roma”. 15 gennaio 1928 nasce l’E.I.A.R. Ente Nazionale Audizioni Radiofoniche. Il tempo passa e qualcuno si rende conto che la radio può diventare il mezzo di informazione più efficace del momento. Il regime fascista promuove la diffusione degli apparecchi radio  e ne fa uno strumento di propaganda ideologica di forte impatto sul pubblico. Nascono i primi programmi sponsorizzati di intrattenimento, nel 1934 la trasmissione che contribuisce a cambiare il modo di fare la radio è “I quattro moschettieri” parodia musicale del romanzo di Dumas, di Riccardo Morbelli e Angelo Nizza, con gli attori Umberto Mozzato (Porthos), Arrigo Amerio e Dino Di Luca (D’Artagnan), Mario Ponte e  Aldo Masseglia (Athos) e Nunzio Filogamo (Aramis), musiche di Egidio Storaci, regia di Sergio Massucci. Abbinata alla trasmissione la raccolta delle figurine che davano un volto a quelle voci. Si scatena la febbre di finire la collezione e il Feroce Saladino è la figurina che passa alla storia come la più rara da trovare. Con 150 album completati si vince addirittura un’automobile, una “Topolino” il sogno di tutti. Dopo la guerra mondiale, nei primi anni ’50, nasce la televisione, ma la radio continua a essere il mezzo che meno subisce crisi di pubblico, perché si può ascoltare anche lavorando. Nascono trasmissioni di intrattenimento che vengono ricordate ancora oggi, ma la successiva svolta epocale la si ha nel 1970 con Alto Gradimento, il programma quotidiano di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni, che catalizza l’attenzione di un vasto pubblico. Più il là, alla fine degli anni ’70 cambiano le leggi, la Rai perde il monopolio e nascono le prime emittenti locali. Da quel momento tutti possono avere la possibilità di parlare a un microfono e se questo è un bel passo avanti dal punto di vista della democrazia e del pluralismo, non è altrettanto positivo per il livello culturale ed estetico dei programmi e dell’informazione. Prendono vita, in ogni caso, nuovi modi di intendere l’intrattenimento, si attinge all’esperienza americana, nascono i Disc Jockey (letteralmente i fantini del disco) che fanno della promozione discografica la loro attività principale.


Nasce la Tv

Prima del 1940 come abbiamo già accennato, gli esperimenti della trasmissione di immagini a distanza erano già in corso da anni in tutti i paesi industrializzati, ma in pochissimi esisteva un regolare servizio di teletrasmissioni. Lo scoppio della guerra portò alla totale sospensione di un fenomeno appena decollato, in Inghilterra dal 1936, in Francia e in Russia dal 1938. Solo gli Stati Uniti mantennero le regolari trasmissioni per tutto il periodo del conflitto mondiale. Tutte le altre nazioni ricominciarono da capo tra il 1945 e i primi anni ’50. Nel volgere di pochissimo tempo, il fenomeno televisivo si divulgò a tal punto da modificare le abitudini della gente e anche il paesaggio: migliaia di antenne televisive spuntarono sui tetti della case in città e dei casolari in campagna, ovunque la presenza della televisione si avvertiva a vista d’occhio. InItalia le prime trasmissioni sperimentali iniziarono nell’estate del 1952, mentre le trasmissioni regolari della Rai il 3 gennaio 1954. I programmi avevano inizio alle 17,30 e finivano alle 23,30. Nel 1962 un’altra rivoluzione: il secondo canale. Per la prima volta l’utente televisivo si trovava di fronte a una scelta e per cambiare stazione doveva alzarsi dalla poltrona e fare scattare un interruttore rotante di tre tacche. Il telecomando, allora, era un marchingegno al quale nessuno avrebbe mai pensato. La vita di tutti noi era cambiata, senza che ce ne accorgessimo o quasi. Nel 1964 un contadino che viveva in un paese sperduto dichiarava in un’intervista: “Grazie alla televisione ho visto più cose negli ultimi anni che nel resto della mia vita.” Questo mezzo che fa sempre più parte della nostra esistenza è nato e si è imposto con grande facilità, mettendo in crisi la radio, solo nella fascia pre-serale e serale, il teatro e il cinema. Si è trattato di una crisi con non poche contraddizioni. Se da un lato sottraeva parte del pubblico al cinema e al teatro, dall’altro contribuiva a formare nelle masse un interesse per queste forme di spettacolo. I programmi erano di elevato contenuto artistico e culturale, presentati con semplicità ed è assolutamente vero che il successo della televisione abbia contribuito a migliorare il livello medio del telespettatore.

Tra il 1954 e il 1962, cioè in soli 8 anni la Rai ha trasmesso 680 drammi e commedie e più di 200 atti unici. In quel periodo molti non avevano mai visto recitare un attore, se non in spettacoli parrocchiali, altri avevano soltanto sentito nominare Pirandello, Shakespeare o Molière, ebbene il piccolo schermo ha il merito di aver fatto loro apprezzare i valori di una grande interpretazione teatrale e di avere fatto conoscere a questa fascia di pubblico le opere dei più importanti autori del teatro e della letteratura. Se è vero che da un lato le presenze nelle sale cinematografiche diminuivano, dall’altro persone che andavano al cinema soltanto qualche volta all’anno, avevano modo di vedere una quantità di film infinitamente superiore, di avvicinarsi al linguaggio cinematografico fatto di sguardi, parole, inquadrature, di scoprire un interesse nuovo per un’arte quasi sconosciuta. La televisione entrò improvvisamente nella vita degli italiani ma lo fece con grande discrezione. Per i dirigenti Rai di allora lo stesso pubblico che, assistendo a uno spettacolo di arte varia, si entusiasmava per un presentatore vivace, estroso, comunicativo ai limiti del buon gusto, in casa propria prediligeva toni più garbati e discreti. Per questo riscossero grande successo presentatori come Mike Buongiorno, Corrado Mantoni, Renato Tagliani, Enzo Tortora e le stesse annunciatrici, pur essendo belle, dovevano avere un aspetto più familiare, una certa classe, non essere provocanti nei modi, nell’abbigliamento e nel trucco, dovevano insomma essere simpatiche anche alle donne. Oggi questi canoni si sono completamente ribaltati, la società è cambiata e lo spettatore è ormai abituato ad assistere in televisione a spettacoli che non sceglierebbe di vedere dal vivo.

Il cinema in TV

Per fronteggiare il calo di pubblico nelle sale cinematografiche, le grandi case di produzione hanno creato dei prodotti specifici per la televisione: i telefilm. Questi non si possono tuttavia definire prodotti televisivi, perché venivano girati in pellicola (di solito in 16 mm.) e quindi non con le telecamere, che sono il vero supporto della produzione televisiva. I telefilm nascono con l’intento di intrattenere il pubblico con racconti più brevi rispetto al cinema, della durata di 25 o 50 minuti. Si tratta di prodotti da realizzare con norme industriali rigorose, con una tecnica semplice che consenta operazioni di montaggio rapide. L’ economicità crea l’esigenza di costruire delle serie, cioè un numero elevato di episodi, con alcuni personaggi fissi e ambienti che si possono utilizzare per tutta la produzione. Si era notato che il telespettatore gradiva una narrazione più breve e meno impegnativa del classici film. In secondo luogo questi tagli davano la possibilità di inserire degli spazi pubblicitari. Al culmine dell’azione una dissolvenza a chiudere introduceva spazi pubblicitari, subito dopo una dissolvenza ad aprire ci riportava nel bel mezzo della tensione, riprendendo la scena non da dove era stata lasciata, ma un po’ prima per rendere meno brusco lo stacco e per farci ricordare dove eravamo rimasti. In Italia le cose non andavano così, perché gli spazi pubblicitari della Rai erano inseriti in “appositi contenitori” Carosello è stato il più famoso di tutti, anche perché è stato il primo e per alcuni anni l'unico, ma ce n’erano altri come Tic-Tac, Arcobaleno, Gong. Il linguaggio della narrazione e della regia era più semplice e adatto al piccolo schermo. I campi lunghi venivano usati sono come punto di riferimento narrativo e non per inserire particolari utili alla comprensibilità dell’azione, perché proprio per le dimensioni ridotte dello schermo, sarebbero stati poco visibili. Le inquadrature più ravvicinate, il numero di comparse ridotto. Tenete conto che nei primi anni della televisione gli schermi erano costituiti da tubi catodici piccoli e profondi, la tecnologia di allora non permetteva di realizzare schermi come quelli di oggi. A metà degli anni ’70 la massima grandezza dello schermo era 26 pollici. Così la struttura narrativa dei telefilm, che, come abbiamo visto nasceva adattandosi a certe esigenze, è diventata negli anni uno stile narrativo ben preciso, che ha addirittura, in certi casi, condizionato la narrazione nel cinema. Quando cercate un programma e passate da un canale all’altro con il telecomando se vi imbattete in una fiction, dopo pochi secondi capite se si tratta di un film o di un telefilm anche se non siete degli addetti ai lavori, perché la struttura narrativa del telefilm è più scarna e sbrigativa, o lo capite dal genere delle inquadrature, dall’atmosfera delle immagini. Oggi i telefilm continuano a essere prodotti con un certo stile, ma la grandezza degli schermi televisivi nelle case degli spettatori, permette ai registi di girare in modo più libero rispetto al passato, questo vale soprattutto per le produzioni più costose. L’uso del dolly, di masse, di un linguaggio più ricercato, provoca un aumento considerevole nei costi di produzione: più tempo per girare, più pellicola utilizzata, più comparse da pagare ecc. Il fenomeno dei telefilm si è diffuso enormemente in tutti i paesi del mondo fin dagli anni ‘50. In Europa, sull’esempio degli Stati Uniti, ben presto iniziarono produzioni con uno stile differente. Molto belli e raffinati i telefilm inglesi, pregevoli alcune produzioni francesi. L’Italia produceva sceneggiati a puntate che avevano per soggetto i classici della letteratura o romanzi di appendice, e di conseguenza una struttura più teatrale che cinematografica: “Il mulino del Po” “L’idiota” “Jane Eyre” “La cittadella” “I miserabili” “I promessi sposi” “La freccia mera”. Si avvaleva dei più importanti registi e dei migliori attori di teatro, ma erano produzioni destinate al solo mercato italiano. La Rai contemporaneamente continuava a comprare telefilm americani come “Perry Mason” “Ai confini della realtà” “Alfred Hitchcock presenta” e molti altri che hanno fatto epoca e che hanno segnato la nostra storia. Da allora il telefilm è cambiato, la struttura narrativa è rimasta più o meno la stessa, ma si è arricchita di elementi espressivi nuovi trainata dalla diffusione delle videoclip musicali, che hanno arricchito il linguaggio creativo del montaggio. Oggi i telefilm sono più spettacolari, ma quelli datati continuano a conservare il fascino di un tempo lontano e ad essere ugualmente godibili. Grazie a queste produzioni, dalla fine degli anni ’70 con l’avvento dei network privati, il lavoro del doppiaggio è aumentato considerevolmente impegnando un numero sempre maggiore di addetti ai lavori. A questo genere si sono affiancate le soap opera nel nord America e le telenovalas nell’America latina, un altro modo di raccontare delle storie con stili differenti. Queste produzioni si differenziano dal telefilm per la loro struttura. Sono realizzate con le telecamere, hanno un numero di puntate molto più elevato e la particolarità di essere girate quasi interamente in interno, con inquadrature molto più strette e un ritmo di narrazione più lento. Sono concepite, insomma, per durare nel tempo, alimentate da contratti pubblicitari per anni. Il caso più eclatante è la soap opera “Sentieri” che vive dal 1937. Nasce come romanzo radiofonico e, dagli anni ’50 approda alla televisione con un successo tale da avere chiuso i battenti soltanto nel 2009, ha coinvolto generazioni di attori ed è sopravvissuta miracolosamente per 72 anni.