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gio 31 marzo 2011

Sordi Alberto, impiegato del cinema

Intervista di Lina Coletti pubblicata su L’Europeo nel 1971

Allora signor Sordi…

“Ma che vuole? Ma che cosa vuole sapere? No, perché, vede, io non sono uno che parla volentieri di sé stesso. E che c’è da dire?
Niente. Di me san tutto. Han scritto tutto. E poi sono così normale, così qualunque, così squallido… Non è che lei sarà qua per la confessione, eh? A me la confessione non mi va. La confessione di chi incontra il giornalista e subito comincia a darsi addosso, a rinnegarsi, a spiegare: mi faccio schifo, sono un cretino, sono un fallito… Eh, no. Io, cara mia, ci ho messo trentacinque anni a pensare, a calcolare, a rischiare, a costruire: e adesso che ho costruito mi devo difendere, mi devo governare. Giorno per giorno. Ora per ora.  Un autocontrollo che è anche responsabilità professionale… Dice: ma ormai sei un divo. Povera cocca. Io sono uno che sta in un Paese impietoso dove non ti si perdona d’esser arrivato in cima, e allora la cima te la devi tener ben stretta se non vuoi che traballi e ti ributti di sotto. All’estero c’è gente di cent’anni che ancora la portano in palcoscenico in carrozzella e il pubblico l’applaude. Qui no: qui sono abituati a far declinare il mediocre e c’è sempre il rischio che spingano al declino pure te. Te che del pubblico sei servo. E gli hai regalato tutta la vita tua…”

 Ma, veramente…

“E anche se fosse il peggior pubblico del mondo crede che verrei a piegarlo proprio a lei? Eh, no. E che so’: scemo? E che faccio: mi sputo addosso per renderle un favore? Eh, no. Lei mi rivolge le belle domandine sue e io semmai rispondo. Come? Chiede se ho paura? E certo che ho paura. Io gliel’ho detto: io sono uno che vive per il suo mestiere. Il mestiere a me m’ha reso schiavo. Io non ho passioni. Il night, le automobili, il gioco, i viaggi… Non me ne frega niente. Non so goderli. Io vado in vacanza e dopo un’ora già sto male, richiudo la valigia e torno. Io vado alla serata importante e subito comincio a pensa’ che sto a perder tempo, che poi non dormo, e la ruga se vede de più, e la stanchezza magari si riflette sul lavoro, e allora sarà bravo chi mi ribecca la prossima volta. Io alle nove di sera sto già davanti alla TV: un goccetto di bianco, una mezza aspirina e la gioia della giornata conclusa bene. Non ho la disponibilità al divertimento, quest’è chiaro. Triste? Lo sostiene lei. Ma la conosce, lei, la soddisfazione d’annà a dormì sapendo d’aver fatto il tuo dovere, sapendo che fuori c’è gente che arranca e tu invece ti puoi sparapanzare tranquillo pensando al domani sicuro, pensando che domani farai meglio, e dopodomani meglio ancora… A me mi basta questo goccetto di vino, mica voglio la fiaschetta intera. Io so’ uno che quando rientra in casa, in casa lo trattano come tratterebbero il commesso della Standa che lavora per campare: con rispetto e basta. Niente emozioni, niente adorazioni, niente divismi. E io alla mia famiglia, alle mie sorelle gliene sono grato. E sa perché? Perché m’aiutano a tener saldo l’equilibrio e Dio solo sa quant’è indispensabile, in un ambiente dove se ti mancano le basi puoi anche finì come quella poveraccia che forse s’è ammazzata l’altro giorno e se fossi un produttore non indugerei un momento a farci un film: come monito per quelli che aspirano alla carriera facile e non capiscono, e quando m’incontrano dicono: “Beato te Albe’: ci avessi io un po’ della fortuna tua…” Col cavolo. La fortuna non esiste. La fortuna te la crei da solo. Pianificando, programmando, calcolando, sbattendo la capoccia finché… Io, per esempio. Io so’ uno che da quando è nato non ha fatto altro, non ha cercato altro. Volevo esprimere me stesso e non importa come: non importa se recitando, cantando o suonando il mandolino. E mica ci avevo le condizioni giuste, sa? Sta’ a sentire: papà mio bassotuba all’orchestra dell’Opera; mamma maestra elementare ma sempre in casa a tirar su i figli a riassettà le tazzine di porcellana col bordo dorato. Questo pe’ di’ ch’erano borghesi e quando mi guardavano con l’occhio mesto buttando là: “Abbiamo paura per te, Alberto,. Aspiri a un mestiere difficile, ingrato”, io li capivo benissimo e però non potevo farci niente e andavo avanti imperterrito. Io che a quattro anni già sbalordivo le signore declamando “l’albero a cui tendevi la pargoletta mano” avevo quest’unica aspirazione: trovare il posto giusto per esibirmi. E trovarlo all’Opera balilla o alla parrocchia era uguale. Io me so’ diplomato ragioniere per far piacere a mamma: ma intanto sapevo che il ragioniere non l’avrei fatto mai. Io avevo quest’amore della recita che era una cosa “di dentro”. Come una seconda natura. E per riuscire ero disposto a tutto.