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gio 07 aprile 2011

Un uomo tra due donne

Questo bellissimo racconto è tratto da "Cronache di Hollywood" di Cesare Zavattini, Lucarini editore. Fu pubblicato per la prima volta su Cinema Illustrazione l'8 luglio del 1931.

Un uomo tra due donne

-Allò, Dolly.
-Allò, Marius
-Siete felice?
-Tanto.
-Perché?
-Perché me lo domandate voi…
-Oggi la vostra voce è più limpida, Dolly, più armoniosa.
-E la vostra è più tenera, più affettuosa, Selder…
-Dolly, sono stanco di aspettare. Io voglio vedervi, voglio vedervi. Io so già come siete, Dolly…
-Sì? Descrivetemi, allora…
-Siete bionda, avete la bocca più bella del mondo, due occhi chiari come il cielo di… aspettate un momento… Sì, come il cielo di stamattina. Né alta né bassa, elegante, vestite spesso di grigio, vi profumate d’ambra…
-Fermatevi Selder, il vostro ritratto è un capolavoro di inesattezze. Si vede che non mi amate ancora abbastanza, altrimenti il vostro amore sarebbe stato capace di mettervi in trance e di vedermi quale sono…
-Dolly…
-Marius…
-Siete cattiva… Posso sbagliarmi nel dipingervi, ma so che siete bella, che siete buona, che vi amo. La vostra voce, dopo mesi e mesi che la odo, è per me come il vostro viso. Da un’inflessione nuova, dalle sue impercettibili sfumature, io capisco il vostro stato d’animo, i vostri pensieri… Io sento, Dolly, che un poco anche voi mi amate, che il mio nome non lo pronunciate come quello del signor Beauvais, come quello del signor Helldog…
A questo punto della conversazione Beauvais intervenne: si alzò dal suo tavolo e appressandosi al telefono disse:
-Ragazzo mio, non hai il vizio del fumo, ma te ne ho scoperto uno ben più nocivo, cioè il vizio dell’amore. Quella Dolly ti esalta più della nicotina!
Salutai Dolly e, dopo aver appeso il ricevitore, buttai le braccia al collo a Beauvais. Dopo otto mesi ci volevamo bene come fratelli, il mio entusiasmo e la sua esperienza si erano alleati.
-Evviva, evviva- gridai –essa mi ama, lo sento, lo giuro…
-Sarà gobba, ragazzo mio. Un uomo può essere romantico al punto da innamorarsi di una donna mai vista, per corrispondenza telefonica, ma una donna… E dev’essere furba, furbissima la bimba; si farà conoscere de visu, come dicevano gli antichi, solo quando sarà certa di averti narcotizzato come dopo cento sigarette Abdullah fumate una dopo l’altra… Vedrai…
Avrei picchiato quel terribile Beauvais, ma le sue parole erano suggerite dall’affetto, lo sapevo. Né era la prima volta che tra noi due correvano tali parole: correvano da quando avevo trovato il modo di passare le monotone ore d’ufficio telefonando a destra e a sinistra alle impiegate della casa, che erano alcune centinaia. E un bel giorno la voce di Dolly mi aveva fermato, e da quel giorno io vivevo di quei nostri incantati dialoghi, ingenui e appassionati, puri come il vero amore, poiché nessun desiderio poteva essere sorto a farne sfumare la poesia. Cominciata per gioco, crebbe via via e la relazione divenne motivo dominante della mia vita a Hollywood: non più gloria, non più la ricchezza, ma quella fanciulla misteriosa, di cui conoscevo il nome solamente e la bella voce, era diventata il mio sogno. Anch’io, pur bramandolo sempre più, da un lato gioivo a rimandare di volta in volta il momento del nostro incontro per sentirne dopo un più violento piacere.
-Dolly.
-Marius.
Così passavano i giorni. Ogni tanto qualche attricetta veniva a consolare la solitudine di Beauvais e spesso mi pungeva la voglia di investigare per scoprire l’identità della mia adorata; mi sarebbe stato facile, ma l’uno e l’altra ci eravamo promessi che solo di comune accordo ci saremmo rivelati. E tradire la reciproca fiducia era tradire l’amore.
Ma il momento meraviglioso si avvicinava, da certi turbamenti della nostra voce, dai lunghi silenzi, entrambi comprendevamo che soltanto dei giorni, pochi giorni ci separavano: i fantasmi sarebbero diventati realtà e finalmente avrei baciata la più bella bocca del mondo.
-Andiamo, Selder, passeremo una bella sera. Vi saranno alcuni divi famosi, l‘orchestra di Witheman, Nancy Carroll canterà Oh, my Jack, Al Jolson ci farà udire le ultime novità…
Di solito passavo le sere in casa, a lavorare intorno a un canovaccio che avrei presentato a Mister Helldogg per la realizzazione. Da esso mi ripromettevo onori e guadagni: era una cosa originale, assai lontana dalle consuete pièce cinematografiche a parti obbligate. Ma l’invito di Beauvais fu pressante e andai anch’io al King Bar per partecipare alla divertente serata.
In verità mi divertii. L’allegria, l’animazione, non avrebbero potuto essere maggiori. E le canzoni di Nancy Carroll, e le risate straordinarie di Maurice Chevalier, e infine il coro di tutti i divi presenti da Rod la Roque e Warner Baxter, avevano fatto spuntare più e più volte il sorriso sulle labbra di Ronald Colman di solito così serio e pensieroso. Anch’io bevvi qualche bicchiere di champagne di più e mi trovai molto spesso vicino alla cassa del bar, dove una giovanetta bruna assisteva imperturbabile a quella specie di baccanale. Le mormorai delle frasi galanti, le chiesi il suo nome, ma invano. Essa continuava la sua funzione di cassiera, ritirando dollari e distribuendo scontrini, senza degnarmi di uno sguardo. Fu per questo che io mi rincantucciai  in un angolo e restai là, sino a quando ce ne adammo tutti, a guardare la bruna ragazza.
A casa non riuscii a prender sonno: l’immagine della fanciulla del King Bar mi aleggiava intorno sconfiggendo il ricordo etereo della mia Dolly. Poi mi addormentai ed essa mi riapparve.
Neppur io seppi come, tornai al King Bar la sera successiva, e finii col diventare un assiduo. Il manoscritto del nuovo lavoro s’era fermato a metà. Né riuscivo a procedere. Ora la mia vita s’era arenata, come un maldestro veliero, e i miei propositi colarono a picco.
-Fai bene, ma deciditi – diceva Beauvais. – Meglio questa che è di carne e d’ossa, che la vedi, che ti piace… L’altra è un fantasma, è una nube. Potrebbe diventare una nube di temporale…
Io non gli davo ragione nel mio interno, ma sempre più m’ingolfavo nel nuovo amore. La fanciulla del King Bar era tenera e brava, aveva gli occhi iridescenti come il cielo notturno delle Antille, una carnagione pallida che nascondeva il fuoco. Giungeva tutte le sere alle nove e sino a mezzanotte stava al suo posto con impeccabile correttezza. Mai ero riuscito a farmi concedere da lei più del solito. Né d’altra parte osavo, poiché da quando m’ero accorto d’amarla, la più profonda timidezza si era impossessata di me. Mi accontentavo di guardare, di adorarla in silenzio e qualche volta di seguirla sino alla sua casa, una modesta casa in fondo a Olive Street.
-Marius…
-Dolly…
-Perché, Marius? Da molti giorni non mi chiamate più… Per la prima volta sono io che debbo chiamarvi. E se non vi avessi chiamato…
-No, Dolly, oggi vi avrei chiamato…
-Non credo… Sento dalla vostra voce mutata, tanto mutata, che anche il vostro cuore è mutato…
-Ma Dolly, avete torto, in parte… Ecco, io… Ecco, io vorrei vedervi, io sento che non posso più continuare in questa relazione platonica, per il tramite di un filo telefonico… La vita ha i suoi diritti, Dolly, l’amore li ha ancora più forti e invincibili. Volete che ci vediamo stasera?
-No, Marius. Voi cercate una giustificazione, per voi stesso quasi più che per me, al vostro mutato affetto. Perché non me lo avete detto prima insistendo? Perché me lo dite ora con un accento quasi debole? Marius, forse è bene che non ci siamo mai visti: voi avete il cuore labile come l’acqua, come una nuvola. Addio, Marius, cercatemi solo quando sarete sicuro di voi… ora temo che non amiate più la vostra Dolly.
-Dolly, Dolly… - chiamai più e più volte, ma Dolly aveva interrotta la comunicazione.
-Meglio così… - commentò Beauvais – meglio così, la cosa si è risolta da sé. Ma tu deciditi, ragazzo mio, prenditi quell’altra, se no te la portano via. Non vedi che le sta intorno anche don Alvarado? Ieri sera erano in parecchi a tenerle gli occhi addosso.
-Sì, meglio così – risposi – E l’immagine irreale di Dolly sparì dalla mia mente: che cosa avevo perduto? Nulla, una voce, forse una voce soltanto, un incantesimo. Ma gli occhi della fanciulla del King Bar, il suo collo tiepido e candido, la sua nuca morbida e vellutata, erano una realtà, una viva realtà, che mi accendeva il sangue dandomi una febbre continua.
Quella sera la fanciulla del King Bar mi parve più triste del solito. Da un po’ di tempo una mestizia sempre più apparente velava quel bel viso, dava ai suoi occhi una profonda cupezza. Io soffrivo per lei: mi pareva che il mio amore avrebbe saputo darle la gioia, farle dimenticare ogni sventura, ma ancora non osavo. Beauvais riusciva talvolta a farla sorridere con le sue facezie, ma erano attimi; eppure bastavano per empirmi di delizia, di coraggio. Sì, ella sarebbe stata mia, per lei avrei fatto qualsiasi sacrificio: mi appariva come la donna attesa, colei che il destino ci prepara lungo la strada. Che cosa erano gli antichi amori? Anna, Mary, Jenny, Daine? Che cos’era Dolly, la evanescente larva di Dolly? Non sentivo neppure il rimorso del dialogo avuto il mattino, dell’ultimo dialogo, che certo per Dolly doveva essere stato penoso e indimenticabile.
A mezzanotte quando la fanciulla uscì dal King Bar per tornare a casa, mi feci  forza e la seguii. Stava per giungere davanti alla sua porta quando la fermai.
-Sia buona mi conceda un colloquio, un breve colloquio. Non vede che l’amo e da quando?
Essa non rispose subito. Dopo avermi guardato in silenzio e fissamente, disse:
-Pare d’amare e non si ama. L’amore ha bisogno di ben altre e più lunghe prove, creda…
-No, l’amore…
Stavo per dirle le più dolci cose che mai fossi stato capace di dire o di pensare quando la fanciulla mi fermò con un gesto:
-E’ inutile, saremo buoni amici, se crede. Io… amo un altro.
Disse buona notte con una voce delicata, come se volesse farmi meno male e si allontanò.
"Amo un altro" ecco le parole alle quali non si può rispondere. Tutto era finito, anch’io dovevo riprendere la mia strada in cerca di una nuova labile illusione.
Non andai più al King Bar. Vi organizzarono una grande festa per salutare la partenza per l’Europa del signor Samuele Goldwyn, che si recava nel vecchio continente per scoprire qualche “stella” e per ispezionare le agenzie più importanti della Metro.
Io mi ero rimesso a lavorare con lena intorno al suo canovaccio e quasi lo avevo ultimato.
-Sei l’ultimo dei romantici – mi diceva Beauvais che nel frattempo era passato alla Paramount come super visore – e non mi meraviglierei di vederti presto innamorato di qualche fioraia cieca, cone Charlie Chaplin: altro romantico, ma con alcuni milioni…
Confesso che la vita isolata, spirituale, che conducevo mi aveva fatto tornare alla memoria Dolly. Mi capitava talvolta di trovarmi a pensare a quei nostri colloqui telefonici, così sereni, così poetici e intimi. E io avevo interrotto proprio quando stavo per cogliere il fiore fragrante. Un mattino il telefono trillò:
-Allò.
-Allò.
-Mister Marius?
-Ah, Dolly, siete voi… Dolly, Dolly…
La sua voce riudita mi aveva dato lo stesso palpito di quando si rivede, dopo tanto, la donna amata
-Sì Marius, sono io. Voglio salutarvi, stasera parto per New York, torno a casa… Io vi amo ancora, Marius, e me ne vado per voi. Mi avete fatto male più di quanto credeste, oh certo…
-Dolly, io sono come una volta, io sono ancora il vostro Marius.
-Addio Marius, voi avete dimenticato, io dimenticherò senza dubbio. Ma dimenticherò presto se andrò lontano da qui…
-Come vorrei parlarvi, vedervi…
Seguì un breve silenzio, poi la dolce voce riprese:
-Volete? Io avrò una rosa rossa in mano, voi avrete una rosa bianca. Alla stazione, alle 20: io mi rivelerò solo quando il treno si metterà in moto. Ma forse, Marius, rompiamo l’ultimo incanto della nostra avventura.
-No, Dolly, anch’io voglio vedervi per un attimo, solo per un attimo, ma almeno avrò nel cuore una cosa viva, un’immagine viva, Dolly…
-Arrivederci Marius.
-Arrivederci Dolly.
Alla stazione giunsi con puntualità. Non era facile distinguere in mezzo a tanta folla. Avrei visto quando il treno mi sarebbe lentamente sfilato dinanzi, Dolly sarebbe stata al finestrino. Aspettavo con ansia che diventava spasimo: le giovani donne che vedevo salire sul convoglio, tutte potevano essere Dolly, la mia Dolly. Come sentivo d’amarla di nuovo ora che stavo per perderla per sempre.
Ad un certo punto la campana d’argento della locomotiva si mise a suonare, il convoglio si mise adagio, adagio in moto. I miei occhi erano dilatati, la mia attenzione acuta e febbrile: avevo in mano, ben visibile, la rosa bianca. Visi ignoti, allegri o dolenti, senili e freschi, come in una prestigiosa pellicola, mi passavano davanti lentamente. Nulla? Improvvisamente il mio cuore ebbe un sussulto: lei, Dolly, con la rosa rossa in mano. Non riuscii a muovermi, i miei sguardi la seguirono come fossi ipnotizzato: Dolly, la mia Dolly, non era che la fanciulla del King Bar. La vidi protendersi anch’essa per la sorpresa, lanciarmi un bacio con le sue belle mani, poi una nuvola di fumo la nascose ai miei occhi.
Nuovi squilli di campane d’argento, una marea di voci e nel mio cuore una gelida desolazione. Finalmente mi scossi.
Tornai a casa a testa china e quando Beauvais mi disse:
-Questa sera voglio proprio portarti al King Bar!
Scoppiai a piangere come un bambino