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il Doppiaggio - L'adattamento dei dialoghi

Un gioco di squadra

Sono una squadra gli adattatori dei serial televisivi, tutti legati alla stessa avventura si scambiano decine di e-mail ogni giorno per informarsi reciprocamente sull’andamento delle vicende, sull’arrivo di nuovi personaggi, come stessero vivendo una vita parallela. Per adattare i dialoghi di un episodio da 50 minuti occorrono almeno 5 giorni di lavoro. La squadra di cui faccio parte è quella di “Sturm der Liebe” cioè “Tempesta d’Amore” in onda, da anni ormai, su Rete 4. Lavoriamo tutti contemporaneamente a puntate diverse per poter fornire i copioni in tempo utile a una serie di lavorazioni: il doppiaggio, la sincronizzazione, il mix. La responsabilità è grande, lo stabilimento di doppiaggio che cura l’edizione italiana di un serial ha delle consegne che vanno rispettate, in caso contrario il meccanismo della messa in onda si ferma. Così ogni giorno i personaggi di “Tempesta” vivono e rivivono incessantemente la loro storia all’Hotel Fürstenhof , le voci di Robert, Alfons, Werner echeggiano nelle case degli adattatori dei dialoghi, alla lingua tedesca di soprappone quella italiana dell’adattatore che prova e riprova le battute nella forma più “parlata” e nella lunghezza ideale. Un lavoro oscuro, sconosciuto, quasi sempre criticato, mai elogiato. Facciamo parlare in italiano un attore che sta recitando in una lingua straniera e più troviamo le parole adatte a un linguaggio quotidiano, più facciamo combaciare vocali e consonanti più evidenti ai movimenti labiali e meno lo spettatore si accorge del  nostro lavoro, dell’esistenza stessa dell’adattatore. A volte stiamo venti minuti su una sola battuta. Non voglio con questo far passare l’adattatore dei dialoghi per un martire, in fondo fa pur sempre un mestiere artistico, che si è scelto lui, appassionante, che è un esercizio linguistico meraviglioso, che tiene sveglia la mente. Voglio soltanto rivendicare l’esistenza di questa professione, della quale il grande pubblico non sa quasi nulla. L’adattatore dei dialoghi non solo traduce, ma traspone le battute da una lingua straniera all’italiano, concetto ben più ampio della traduzione letterale. Rende italiani proverbi, frasi idiomatiche, modi di dire, evita ostacoli linguistici, fugge da rime baciate o bisticci di parole, si allontana sapientemente dalla forma scritta. A me è successo la prima volta che ho usato la parola “mica” di chiedermi cosa stavo facendo. La battuta era: “non è mica vero”.  Frase esemplare di una forma usata correntemente nella vita quotidiana, nel linguaggio “detto” e quasi mai nella forma scritta, un po’ più elevata per sua natura. Così l’adattatore dei dialoghi si abitua ad abbattere la barriera invisibile, ma sostanziale, che separa il modo di parlare da quello dello scrivere. Non è semplice comporre i dialoghi. Le battute devono essere credibili e fluide e aderire all’originale nella forma e nella sostanza, devono avere la stessa lunghezza di quelle originali. Bisogna tenere conto che il linguaggio deve essere consono al livello culturale e sociale dei singoli personaggi, in certi film questo divario è molto evidente, è l’essenza stessa della storia. A volte la battuta perfetta non ha nemmeno una parola in comune con la traduzione letterale eppure il significato è sorprendentemente più chiaro ed esplicito e quindi anche il “valore” della battuta stessa. Un esempio: “pressoché quotidianamente” forma letterale improbabile in un dialogo diventerà “quasi ogni giorno”. Lavoro da illusionisti, professione appassionante. Così a tutte le ore del giorno e della notte il computer avverte che è arrivato un messaggio nella casella di posta elettronica, è la prova che non siamo soli a lavorare. Nelle ore notturne poi è come raccogliere l’S.O.S. di una nave in difficoltà, si è più complici, più solidali. Ci si accorda su come uniformare la pronuncia di nomi propri e di località stranieri da comunicare ai direttori del doppiaggio e ai doppiatori, ci si aggiorna sui rapporti tra i personaggi che all’improvviso possono passare dal lei al tu, ci si confronta su come rendere definizioni gergali più comprensibili al pubblico italiano. Valanghe di e-mail contenenti dubbi, cavilli, insicurezze, al solo fine di fare un buon lavoro. Purtroppo in televisione, alla fine di ogni puntata, i titoli di coda vengono tagliati e molti adattatori non hanno nemmeno la soddisfazione di vedere scorrere il proprio nome. E’ la legge della pubblicità che incombe, dello share, dell’audience. Ma si deve andare avanti perché la vicenda procede inesorabile con colpi di scena e sorprese per il telespettatore, un telespettatore ignaro di tutto un mondo sommerso che ha lavorato giorni  per contribuire a regalargli cinquanta minuti di svago. Ecco dunque chi sono i miei colleghi: dopo il nome di Anna Bonasso e il mio, arriva improvviso, scomposto, irritante: “Questo programma è stato presentato da…” cancellando i meriti e le identità di Stefano Brusa, Maria Caglianone, Davide Capostagno, Mara Chemini, Flavia Fantozzi, Lucio Fois, Paola Gianinetto, Anna Lana, Alessia Marziano, Elena Pollacino, Riccardo Pozzo, Roberto Puleo, Cristina Zalone. Questo mio piccolo e isolato tentativo di fare giustizia è paragonabile a un messaggio in una bottiglia gettato nel mare della “rete”. Chi lo troverà è pregato, dopo averlo letto, di rimetterlo dove l’ha preso e di riaffidarlo alle correnti marine.

 

Adattatore dei Dialoghi

Questo è un mestiere che non si impara sui libri, ma che si tramanda, esattamente come il lavoro dell’attore. Si può mettere su carta la tecnica, non l’emozione, la misura, l’estro. Non nascondo quindi le mie difficoltà nello scrivere quanto da anni insegno ai miei allievi di persona, nei corsi sulle tecniche del doppiaggio, facendo vedere loro come si fa, costringendoli alla attenta osservazione di quanto viene fatto dai doppiatori professionisti, ma anche dai loro stessi compagni, migliorando il loro modo di recitare, dal punto di vista interpretativo, spingendoli a muovere maggiormente il corpo mentre recitano le battute. Questo è un mestiere che, fin dall’inizio va preso più come un’attività sportiva che artistica, proprio perché è basato sull’azione: attore è colui che compie il gesto. La regola fondamentale del metodo Stanislavsky, la tecnica di recitazione più all’avanguardia ancora oggi, quella che ha reso celebre l’Actor Studio di New York, è questa: “prima l’atteggiamento fisico e poi la eventuale battuta”. Come si capisce è più importante l’atteggiamento fisico della battuta, perché ci sono casi in cui il movimento del corpo è così esplicito che la parola potrebbe essere superflua. Più il movimento fisico sarà intenso, prima il nostro interlocutore capirà la situazione. Badate bene ho detto intenso, che non vuol dire ampio, esteriore, esagerato. Questa intensità, la si può soltanto spiegare di persona, facendola percepire all’allievo. E ancora, quella intensità sarà diversa da persona a persona ed egualmente convincente. Esattamente come su uno spartito musicale si possono indicare il tempo, il modo, le pause, eccetera, ma l’intensità emotiva dell’esecuzione sarà la risultante dell’emotività del direttore d’orchestra e dei musicisti in quel determinato momento. L’esecuzione di un brano musicale suonato dagli stessi musicisti e dallo stesso direttore d’orchestra, non sarà mai uguale e sovrapponibile ad un’altra, eseguita in tempi diversi. Ora vi chiederete: “Cosa c’entra tutto questo con l’adattamento dei dialoghi?” L’adattatore dei dialoghi deve “mettere in bocca” le parole (italiane nel nostro caso) a personaggi che parlano un’altra lingua. La scelta di quelle parole sarà legata all’atteggiamento fisico dell’attore e ai suoi tempi di recitazione, tempi che vanno rispettati al fotogramma, cioè al ventiquattresimo di secondo nel cinema, venticinquesimo di secondo nella televisione. Se l’adattatore dei dialoghi, non conosce le tecniche del doppiaggio, non ha mai provato a doppiare degli anelli, una scena, rischierà di scrivere una battuta fuori ritmo che non si “incolla” all’immagine. E’ molto facile, quando si comincia a fare questo lavoro, scrivere frasi lunghe o corte, perché durante le prove delle battute, sovrapponendo la propria voce a quella del personaggio che parla in lingua originale, la cosa più facile sarà quella di seguire il proprio ritmo di recitazione che, difficilmente, sarà uguale a quello del personaggio in questione. Un buon adattatore dei dialoghi, quindi, potrà anche non essere un buon attore, ma dovrà avere un’idea ben precisa delle tecniche di recitazione e delle esigenze dell’attore-doppiatore che dovrà recitare le battute che lui ha scritto. Per questo motivo nei miei corsi di doppiaggio, faccio fare agli aspiranti adattatori dei dialoghi le stesse esperienze che fanno gli aspiranti doppiatori. Solo se hai imparato a doppiare puoi essere in grado di scrivere battute:

 recitabili dal punto di vista della fluidità del dialogo, evitando rime baciate, cacofonie, sequenze di parole difficili da pronunciare, che rallentano in modo innaturale il ritmo di recitazione, fastidiose da sentire, meno credibili. Evitando questi tranelli linguistici, si scriveranno battute facili da dire, che sono poi il linguaggio del cinema, un linguaggio più “detto” che “scritto”, un linguaggio più immediato e appropriato al mezzo in questione. Naturalmente dico queste cose in senso generale, ogni genere di drammaturgia mantiene la sua misura di linguaggio che deve essere rispettata. Il film “Cirano di Bergerac” avrà dialoghi con un “sapore” teatrale, assolutamente diversi da un film poliziesco ambientato nel ‘900, questo è evidente.

 della giusta lunghezza, perché l’allievo, avendo trascorso alcune ore al leggio a doppiare, quindi a recitare battute di film, telefilm, cartoni animati, soap opera, ecc. avrà acquisito un’esperienza tale da valutare la lunghezza delle battute stesse, perché avrà fatto l’occhio al fotogramma (termine gergale) cioè avrà affinato la sua sensibilità a percepire se la battuta è al giusto ritmo, se è lunga o corta e, se lo è,  di quanti fotogrammi.

 di uguale valore, valore inteso in termini linguistici, cioè peso culturale ed emotivo, contenuti, esatta corrispondenza dei concetti espressi dal personaggio con le espressioni del suo volto, alla fine trasposizione perfetta da una lingua all’altra.