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Cinema - i Grandi Registi

Billy Wilder, Alfred Hitchcock, Woody Allen, Cesare Zavattini

 

Billy Wilder
Il suo vero nome  era Samuel Wilder nato nel 1906 a Sucha Bestkidza in Polonia. La madre aveva soggiornato negli Stati Uniti da uno zio ed era rimasta entusiasta dell’America. Così dette il nomignolo di Billy al piccolo Samuel. Nel 1909 la famiglia si trasferisce a Vienna, all’epoca centro del rinnovamento artistico in Europa. Dopo la guerra 15 -18 Billy Wilder si dedica al giornalismo e abbandona la facoltà di giurisprudenza. Qualche tempo dopo si trasferisce in Germania. In quegli anni Berlino è una città nella quale droga, travestitismo, prostituzione e corruzione dilagano. Billy diventa ballerino-gigolò solo per poter scrivere degli articoli umoristici su questo argomento. Poiché scrive di sport, teatro e cinema su parecchi giornali, comincia a scrivere sceneggiature, una cinquantina,  per altri, senza firmarle.  Il suo nome compare per la prima volta sui titoli di testa del film “Il reporter del diavolo” di Ernst Laemmle. Billy frequenta il Romanisches Café dove conosce i fratelli Siovmak: Robert, regista, e Curd, sceneggiatore. Insieme girano “Gente di domenica”. Il film è come una finestra sulla quotidianità, l’idea è quella di filmare le azioni di alcune persone comuni, che si sono prestate a recitare il ruolo di sé stessi, in una qualunque domenica a Berlino. Il film ha successo e Billy viene assunto dalla casa di produzione U.F.A. Comincia a pensare di poter diventare regista, così sta più che può negli studi a seguire le riprese. Nel ’31 ha modo di osservare Hitchcock mentre gira “Mary” la versione tedesca di “Omicidio”. A 28 anni Wilder ha un lavoro ben pagato, sta in un bell’appartamento ha contatti con Berthold Brechct e altri esponenti della cultura berlinese, ma si affaccia alla scena politica il nazismo. Billy capisce che i tempi stanno cambiando, in particolare per quelli come lui di religione ebraica. Decide quindi di lasciare la Germania e di trasferirsi a Parigi. Qui trova tanti tedeschi che, come lui, hanno deciso di emigrare, addirittura i tedeschi formano una comunità che risiede all’albergo Ansonia: l’attore Peter Lorre, i compositori Franz Waxman e Frederick Hollander che lavoreranno con lui a Hollywood. In questo periodo c’è una intensa collaborazione commerciale tra la Francia e la Germania. Spesso i film sono girati in due lingue con attori e registi diversi. Wilder riesce a firmare una regia, il film ha per titolo “Amore che redime” e lo dirige con Alexandre Esway regista ungherese appena arrivato a Parigi. La storia narra le vicende di alcuni giovani sfaccendati che rubano automobili. Wilder riesce a dare al film un grande ritmo e una innovativa velocità nella narrazione. Dopo questa esperienza decide di trasferirsi in America. Arriva negli Stati Uniti in un periodo non ideale: c’è stata la svolta epocale del passaggio dal muto al sonoro, alcuni attori europei devono ritornare in patria perché non parlano bene inglese, c’è la crisi del ’29. Wilder decide di imparare l’inglese, vuole rimanere lì, non pensa nemmeno lontanamente di tornare in Europa. Alcuni amici tedeschi gli danno lavoro come sceneggiatore, ma lui non compare mai sui titoli. Finché il responsabile del reparto sceneggiatori della Paramount ha la buona intuizione di associarlo a Charles Brackett, un personaggio molto diverso da Billy, ma con il quale nasce un felice rapporto umano e professionale. La coppia viene notata da Ernest Lubisch che li chiama per scrivere la sceneggiatura de “L’ottava moglie di Barbablù” e “Ninotchka”. Lubisch, anche lui tedesco, arrivato a Hollywood nel 1923, era diventato in poco tempo una vera potenza. Con i suoi successi artistici e commerciali era il regista più apprezzato della Paramount, tanto che veniva definito da tutti il Principe della commedia. Lubisch avrà una enorme influenza su Wilder, influenza che si rivelerà in futuro in tutti i film che Billy Wilder scriverà e dirigerà. Vi racconto in breve la trama del film Ninotchka per farvi capire la grandezza di questi personaggi. Il governo sovietico invia a Parigi tre agenti  per rivendere i gioielli confiscati alla granduchessa Swana, nobildonna, esule a Parigi dopo la rivoluzione russa. La donna incarica però il proprio amante, il conte Leon, di impedire la vendita per permetterle di tornare in possesso dei suoi gioielli. Così Leon avvicina i tre uomini e li avvia ai piaceri della vita parigina, il comportamento scandaloso dei tre arriva alle orecchie del governo russo, che invia presso di loro l’ispettore più intransigente, con pieni poteri, l'integerrima Ninotchka. La donna però si innamora di Leon, è corrisposta e anch'essa si lascia conquistare dai piaceri della vita occidentale. Wilder lavorava alla sceneggiatura con Charles Brackett, ogni tanto interveniva Lubisch a dare dei suggerimenti, anche se il suo nome non compariva tra gli sceneggiatori, ma il suo contributo era determinante. Come dice lo stesso Wilder il tocco di Lubisch lo poteva dare solo lui. Wilder e Brackett scrivevano incessantemente, gli portavano delle idee che lui accettava o  no e, in questo caso, con molta gentilezza chiedeva agli sceneggiatori di trovare qualcosa di più originale. Ad un certo punto si aggiunge a loro anche Walter  Reisch, un altro sceneggiatore tedesco. Per fare un esempio, uno dei problemi era quello di trovare un artificio, un elemento scenico o estetico per far capire che in Ninotchka stava avvenendo un cambiamento, stava per cedere dinnanzi ai simboli del mondo borghese e cominciava a vedere con occhi diversi i valori del capitalismo. Gli sceneggiatori avevano scritto pagine e pagine, ma non era quello che Lubisch voleva. A un certo punto disse: “Facciamo una scena con il cappello” Wilder e gli altri due non capivano allora lui spiegò la soluzione che aveva trovato. All’inizio del film arriva Greta Garbo, Ninotchka, intransigente e severa, che accompagnata dai tre commissari passa davanti a una vetrina nella quale vede un eccentrico cappellino da donna. Allora esclama: “Come può sopravvivere una civiltà quando le donne si mettono in testa un cappello come questo? E’ la fine del capitalismo!” Più avanti la vediamo passare innanzi a una vetrina e avere un’espressione un po’ più morbida, indulgente. Verso la fine del film manda via con impazienza i tre commissari dalla sua stanza e, rimasta sola, si mette in testa quell’eccentrico cappellino che aveva criticato qualche scena prima e si guarda allo specchio compiaciuta. Questo era il tocco di Lubisch di una semplicità assoluta, di un’efficacia totale. Wilder è stato un regista che ha saputo narrare storie di ogni genere con eguale maestria, dal genere drammatico come “Viale del Tramonto” a commedie indimenticabili come “A qualcuno piace caldo” “L’appartamento” “Irma la dolce” Wilder è un autentico monumento nella storia del cinema internazionale. (d.b.)

 

Alfred Hitchcock
nacque il 13 agosto 1899 a Leytonstone nei pressi di Londra. La sua era una delle poche famiglie cattoliche in Inghilterra a quei tempi, che gli diede una rigida educazione religiosa. Fin da ragazzo era molto attratto dal tetro mondo del crimine, collezionava articoli di cronaca nera e visitava spesso il museo del crimine di Scotland Yard. Dopo essersi laureato alla Scuola di Ingegneria e Navigazione, nel 1920 trova lavoro nel campo del cinema come disegnatore di titoli. Nel ‘22 Hitchcock è assunto dalla Gainsborough Pictures come factotum, fa lo sceneggiatore, disegna i titoli, fa il montatore, lo scenografo e l'aiuto regista. Nel 1925 debutta come regista, il film si intitola The Pleasure Garden, la storia si svolge in parte sul Lago di Como. Sposa Alma Reville. Due anni dopo nel 1928 nascerà la piccola Patricia. Sia Alma, sia Patricia collaboreranno ai film di Alfred rispettivamente come sceneggiatrice e attrice. Siamo ancora nell’epoca del cinema muto, dopo il successo di “Lodger” Hitchcock dirige “Ricatto” il suo primo film sonoro. Nel 1940 Alfred, considerato il miglior regista inglese, viene chiamato a Hollywood dal produttore David O. Selznick il quale dimostra subito di avere avuto una buona intuizione. Il film “Rebecca, la prima moglie” si aggiudica l’Oscar come miglior film. Un Premio Oscar che andrà al produttore, perché Alfred Hitchcock non si aggiudicherà mai la famosa statuetta nonostante in pochi anni collezioni una serie di straordinari successi: “Il sospetto” “L'ombra del dubbio” “Io ti salverò” “Notorious” “Delitto per delitto” “La finestra sul cortile”. Nel 1955 inizia a produrre e a girare alcuni episodi della famosa serie di telefilm “Alfred Hitchcock presenta” avvalendosi di registi destinati a fare molta strada, come Robert Altman, Sydney Pollack, Ida Lupino e attori che diventeranno famosissimi come Steve McQueen, Charles Bronson, Peter Falk, Robert Redford, Leslie Nielsen, Burt Raynolds e molti altri. Il serial fa conoscere e apprezzare il grande regista a un pubblico che aveva sentito parlare di lui solo marginalmente, la gente che, pur andando al cinema, non conosce che il nome degli attori più famosi. Da questo momento il regista Alfred Hitchcock diventa un personaggio televisivo popolare, forse il più famoso nella storia del cinema. Siamo a metà degli anni ’50 un periodo in cui il suo genio creativo si esprime con grandi capolavori: “Delitto perfetto” “Caccia al ladro” “L'uomo che sapeva troppo” (rifacimento di un fila già girato da Hitchcock nel 1934) “La donna che visse due volte” “Intrigo internazionale”. Nel 1976 l’ultimo film “Complotto di famiglia” (Family Plot). Il 29 aprile del 1980 a Los Angeles, Alfred  Hitchcock, all’età di 80 anni, muore a causa di un infarto lasciando incompiuto il suo ultimo film “The Short Night”.

MacGuffin
Due viaggiatori in uno scompartimento ferroviario. Uno chiede all'altro
- Mi scusi signore, che cos'è quello strano pacchetto che ha messo sul portabagagli?”
- E’ un MacGuffin.
- E che cos'è un MacGuffin?
- Un marchingegno che serve a catturare i leoni sulle montagne scozzesi
- Ma sulle montagne scozzesi non ci sono leoni!
- Lo so, ma le garantisco che è comunque molto utile

Hitchcock definiva con il termine inventato di “MacGuffin” un artificio, un trucco, un espediente introdotto nella narrazione che aveva una scarsa rilevanza nella storia, ma che gli serviva come pretesto per sviluppare l’evoluzione della trama. Per esempio in “Psyco” il “MacGuffin” è la somma di denaro che la affascinante Marion ruba al suo datore di lavoro. Dopo il furto decide di sparire, prende l’auto e viaggia per ore finché non decide di fermarsi per riposare. Nota un motel un po’ più nascosto di altri e qui fa la conoscenza del proprietario, Norman Bates, che poco dopo la ucciderà senza sapere dell’esistenza del denaro. 

Hitchcock scrisse questo racconto per il numero di settembre 1919 della rivista The Henley Telegraph, una pubblicazione aziendale interna realizzata dagli impiegati di una società londinese in cui egli lavorò prima di entrare nel mondo del cinema. Testo tratto dal volume di Patrick McGilligan, Alfred Hitchcock: A Life in Darkness ang Light, 2003.

 “Tu sia maledetta, Winnie! Diavolo di una… Io ti… Bah!” disse strattonandola brutalmente e facendola crollare ai suoi piedi. Roy Fleming aveva assistito a tutta la scena. Aveva visto sua moglie farsi maltrattare da un maniaco. Sua moglie che, poco meno di un’ora prima, lo aveva baciato attardandosi teneramente vicino alla culla, centro del loro universo. Era trascorsa poco meno di un’ora, e eccola là, prostrata davanti a un uomo sprezzante; il giocattolo scartato della passione brutale di un mascalzone. La donna si alzò sulle ginocchia e aprì le bianche braccia delicate rivolgendo un appello appassionato all’uomo che l’aveva disdegnata: “Arnold, non capisci? Non ti è mai importato nulla di lei. Non è stato che un capriccio fugace, una pazzia che prima o poi passerà. Il fatto è che ti amo. Pensa a quei giorni a Parigi. Ricordi quando ce ne siamo andati insieme, Arnold, tu e io, lasciandoci tutto alle spalle?”
L’uomo attraversò la stanza, si appoggiò a un tavolo, non lontano da dove lei era accovacciata e le rivolse uno sguardo, al quale la donna si sottrasse.
“No” disse con amarezza “non l’ho mai dimenticato!”
Sempre in ginocchio, lei si avvicinò e poggiò una mano tremante sulla sua gamba:
“Arnold, non capisci? Devo lasciare l’Inghilterra. Devo nascondermi da qualche parte, lontano da qui. Arnold, l’ho uccisa per il tuo bene. L’ho uccisa perché ti aveva rubato a me. Diranno che è stato un omicidio, ma poco importa se vieni insieme a me. Ricominceremo tutto daccapo in un paese straniero: tu e io, insieme”.
Roy Fleming vide e udì ogni cosa. Quell’assassina che giaceva abbandonata era la donna alla quale aveva giurato amore e rispetto fino a quando la morte non li avrebbe separati. Eppure Roy restò immobile. Aveva un cuore di pietra? L’orrore della scena lo aveva scioccato? Si era soltanto arreso alla presa di coscienza della propria impotenza? L’uomo che la donna chiamava Arnold all’improvviso la sollevò e l’avvicinò a sé in un caldo abbraccio:
“C’è qualcosa nei tuoi occhi” disse con ferocia “che spaventerebbe qualunque uomo. E’ lì, adesso, ed è una delle ragioni per cui ti desidero. Hai ragione Winnie. Sono pronto”.
La donna si strinse a lui e le loro labbra, tra i singhiozzi, si incontrarono in un lungo bacio.
E Roy Fleming restò nell’ombra: non alzò un dito per difendere l’onore della moglie; non pronunciò una parola d’accusa, non cercò vendetta contro colui che gli aveva sottratto l’affetto della moglie. Forse non gliene importava niente? Non si trattava di questo: semplicemente –non capite?- era seduto in galleria, in seconda fila!

 

Woody Allen
Quando a diciott’anni ho iniziato a scrivere delle gag e delle barzellette per le trasmissioni radiofoniche, la mia comicità non si avvicinava certo a quella ebraica. A quell’epoca, negli anni cinquanta, i vari soggetti delle battute erano il matrimonio, le automobili e il divorzio. Scrivevo per esempio battute del tipo: “La mia ex moglie ha ottenuto il possesso dell’automobile, della casa e del conto in banca. Se mi risposo e avrò dei figli, lei otterrà anche la loro custodia”. La mia ex moglie aveva quindi deciso di querelarmi e voleva un milione di dollari, poiché era convinta che mi prendevo gioco di lei troppo sovente. A quell’epoca inserivo una pagina bianca nella macchina per scrivere e inventavo cinque gag per pagina. Non ho mai fatto fatica a trovarne, ero ancora uno studente e guadagnavo cento dollari alla settimana. Vi è sicuramente una certa aggressività negli ebrei e uno humour di autodifesa. Ammetto di essere cresciuto in un quartiere completamente israelita, e non sono mai stato vittima di alcuna forma di discriminazione. Nessuno mi ha mai picchiato a scuola perché ero ebreo e non mi è stato mai rifiutato l’ingresso in nessun locale pubblico, contrariamente a Groucho Marx di cui si conosce la famosa frase: “I miei figli sono per metà ebrei: possono entrare in piscina fino alle ginocchia?”. Su cento delle mie battute forse una soltanto è su questo tema, eppure il pubblico non ricorda che quelle ed è convinto che io faccia solo battute yiddish. Così come posso dire che nessuno dei miei film sia veramente una commedia yiddish. In queste parlo solo di quello che conosco meglio. Groucho Marx è stato l’unico grande genio comico della sua generazione che io abbia avuto la gioia di conoscere personalmente negli ultimi cinque anni della sua vita. Mia madre aveva una stupefacente rassomiglianza con il grande comico. Vi era fra loro una somiglianza come di famiglia, identica a quella che potevano avere i Marx fra di loro. Basta vedere delle foto di Groucho senza baffi per scoprire che aveva un viso apparentato con la parte materna della mia famiglia. Ho incontrato Groucho per la prima volta, al ristorante Lindy’s, che oggi non esiste più, e ho avuto subito l’impressione di trovarmi davanti a uno dei miei zii. Quegli zii che incontri unicamente ai funerali o ai bar- mitzvah, che ti stringono la mano con rimprovero, dando dei pizzicotti al sdere delle cugine o delle zie e che ti fanno delle osservazioni affettuose, ma sarcastiche. Mio padre, invece, che era un taxista, assomigliava a Fernandel. La mia era una famiglia etnica pittoresca, della piccola borghesia, con le mollette per la biancheria sul terrazzo e il bucato che pendeva dalle finestre. Ci mandavano fuori di casa alle sette del mattino e ci dicevano di rientrare dopo mezzanotte. Forse è per questa ragione che sono diventato molto atletico. Tutto ciò può sembrare sorprendente, ma è vero. Quando ero bambino giocavo a pallone tutto il giorno, dall’alba al tramonto. Giocavo a baseball, a football, a hand-ball, a basket-ball e a stick-ball. Ho anche vinto delle medaglie nella corsa di fondo e praticavo con successo il pugilato. Adoravo la squadra di football dei Giants, che hanno sempre rappresentato il mio modello per quel che riguarda la prestanza fisica. Pratico anche la prestidigitazione, la magia e i trucchi con le carte. Da giovane credevo che sarei diventato un giocatore professionista o anche un truffatore, poiché sognavo una vita di crimini e di rapine! Ho notato infatti che tutti i comici hanno questo amore per la manipolazione. Inoltre adoravo anche la fotografia o suonavo uno o più strumenti: Groucho suonava la chitarra, Jack Benny il violino (come Chaplin) Sid Caesar, che fu il primo a scritturarmi come comico, suonava il sax. Io suono il clarinetto Dixieland nello stile del mio idolo Sydney Bachet. Ma il mio vero talento è lo scrivere. A scuola ero sempre quello che scriveva dei testi e poi li leggeva ad alta voce a tutta la classe. Adoro scrivere, ne sono sempre stato affascinato, è una vera e propria passione quella che ho per le parole. Preferisco questa attività a tutte le altre, perché è meditativa, riservata, ci si prende il tempo che si vuole e si lavora da soli. Fare un film è un’attività rumorosa e collettiva. Ci sono almeno cinquanta persone attorno e si deve decidere in fretta, perché fare aspettare costa molto. Quando non si è contenti di quello che si è scritto, lo si può buttar via, ma quando fai un film che non ami, devi mostrarlo lo stesso poiché ci sono dei terzi che hanno tirato fuori milioni dalle proprie tasche. Quando si scrive non si deve sottostare alla verifica della realtà. Nulla è mai all’altezza di ciò che hai concepito, quando filmi ciò che hai scritto. “Crimini e misfatti” come “Hannah e le sue sorelle” o “Mariti e mogli” sono film più cupi rispetto ai primi che ho realizzato. Amo il concetto di romanzo. Mi piace lavorare sullo schermo con metodi da romanziere; ho sempre pensato, infatti, di scrivere nei miei film. Vi è nel campo dello scrittore qualcosa che mi piace particolarmente. Anche se ogni tanto me ne allontano, come ad esempio in “Alice” ho sempre l’impressione di tornare su questo terreno. Mi piacciono le persone reali e le situazioni vere: la vita così come trascorre. Si può scrivere in un romanzo ciò che puoi fare anche in un film o viceversa. I due mezzi d’espressione sono fisicamente molto vicini l’uno all’altro, contrariamente al teatro, che è un qualcosa di completamente differente. Spesso il mio pubblico identifica i personaggi che interpreto con me stesso e ciò mi ha creato non pochi problemi: vorrei proprio che la gente non lo facesse più. Così come non si può identificare il Charlie Chaplin sullo schermo con quello della vita reale, o Buster Keaton o chiunque altro. Ci sono dei piccoli punti di contatto, ma io non sono la stessa persona sullo schermo e nella vita. Sono sicuramente diverso e questi personaggi che interpreto non sono altro che frutto della mia immaginazione. Anche le battute che faccio nei miei film non devono mai essere prese così seriamente, sono solo degli scherzi. Sicuramente sono interessanti da un punto di vista freudiano, in quanto possono rivelare qualcosa di inconscio, ma dare troppo peso alle battute, come all’arte in generale, è sempre stato un errore. Non ho mai pensato, infatti, che l’arte possa cambiare le cose. Acquista un senso solo quando è intrattenimento, ma non può certo cambiare la gente o i paesi o i sistemi politici. Se qualcuno è cattivo e crudele con te, puoi andare a casa e scrivere una bella satira contro di lui, ma la cosa finisce lì. Se invece lo citi in giudizio o gli dai un pugno sul naso, allora sì che hai realizzato qualcosa!

 

Cesare Zavattini
è nato a Luzzara (Reggio Emilia) nel 1902. E’ stato definito da Curzio Malaparte uno dei più grandi pensatori e intellettuali del ‘900. Studia prima a Bergamo e poi a Roma. Fin da giovanissimo si interessa di teatro e letteratura. Nel 1926 inizia la carriera di giornalista con La Gazzetta di Parma. Nel 1930 si trasferisce a Milano, dove lavora contemporaneamente per gli editori Rizzoli e Bompiani. Nel ’30 scrive su «Cinema illustrazione» la rubrica Cronache da Hollywood, inventandole e firmandole con vari pseudonimi. L’anno seguente pubblica il suo primo libro “Parliamo tanto di me” scritto con uno stile leggero, ma assolutamente innovativo che gli procura un grande successo. Dopo essere stato capo redattore di importanti riviste per l’editore Rizzoli, nel 1935 comincia la sua attività di soggettista e sceneggiatore per il cinema con “Darò un milione”. Nel ’36 cura per Mondadori il settore Walt Disney, i fumetti per ragazzi, il periodico «Le grandi firme» su cui pubblica racconti delle grandi firme della letteratura italiana. Nel 1939 conosce Vittorio De Sica del quale diventa amico. Nasce così una fortunata collaborazione che caratterizzerà gli anni del neorealismo, con i film “Sciuscià” “Ladri di biciclette” (Premio Oscar 1949) “Miracolo a Milano” (tratto dal libro "Totò il buono" dello stesso Zavattini) e “Umberto D”.  Nel 1955 vince il Premio Mondiale per la pace. La pace sarà sempre un argomento caro a Zavattini. Negli anni ’60 viene chiamato a Cuba per collaborare alla nascita del nuovo cinema dopo la rivoluzione. Nel 1967 al 1976 pubblica “Straparole” “Non libro più disco” “Stricarm’n d’na parola” poesie in dialetto luzzarese. Nel 1982 realizza il film “La Veritàaaa” di cui è soggettista, sceneggiatore, regista, attore: sarà l’opera che rappresenterà meglio le convinzioni morali che l’hanno accompagnato per tutta la vita. Muore a Roma all’età di 87 anni mentre ancora è impegnato in attività e progetti.

Filmografia
Darò un milione, regia di Mario Camerini (1935)
San Giovanni Decollato, regia di Amleto Palermi (1940)
Una famiglia impossibile, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1940)
Teresa Venerdì, regia di Vittorio De Sica (1941)
La scuola dei timidi, regia di Carlo Ludovico Bragaglia (1941)
Quattro passi fra le nuvole, regia di Alessandro Blasetti (1942)
Quarta pagina, regia di Nicola Manzari (1942)
Romanzo a passo di danza, regia di Giancarlo Cappelli (1943)
I bambini ci guardano, regia di Vittorio De Sica (1943)
La porta del cielo, regia di Vittorio De Sica (1944)
Canto, ma sottovoce, regia di Guido Brignone (1945)
Un giorno nella vita, regia di Alessandro Blasetti (1946)
Sciuscià, regia di Vittorio De Sica (1946)
Il marito povero, regia di Gaetano Amata (1946)
L'angelo e il diavolo, regia di Mario Camerini (1946)
Il mondo vuole così, regia di Giorgio Bianchi (1946)
Roma città libera, regia di Marcello Pagliero (1946)
Caccia tragica, regia di Giuseppe De Santis (1947)
Ladri di biciclette, regia di Vittorio De Sica (1948)
Vent'anni, regia di Giorgio Bianchi (1949)
È più facile che un cammello..., regia di Luigi Zampa (1950)
Prima comunione, regia di Alessandro Blasetti (1950)
Miracolo a Milano, regia di Vittorio De Sica (1950)
Bellissima, regia di Luchino Visconti (1951)
Mamma mia che impressione!, regia di Roberto Savarese (1951)
Cinque poveri in automobile, regia di Mario Mattòli (1952)
Il cappotto, regia di Alberto Lattuada (1952)
Roma ore 11, regia di Giuseppe De Santis (1952)
Umberto D., regia di Vittorio De Sica (1952)
Buongiorno, elefante!, regia di Gianni Franciolini (1952)
Un marito per Anna Zaccheo (1953), regia di Giuseppe De Santis
Stazione Termini (1953), regia di Vittorio De Sica
Siamo donne (1953), registi vari
L'amore in città (1953), registi vari
Piovuto dal cielo (1953), regia di Leonardo De Mitri
Alì Babà (1954), regia di Jacques Becker
L'oro di Napoli (1954), regia di Vittorio De Sica
Il tetto (1955), regia di Vittorio De Sica
Suor Letizia (1956), regia di Mario Camerini
Amore e chiacchere (Salviamo il panorama) (1957), regia di A. Blasetti
La donna del giorno (1957), regia di Francesco Maselli
Nel blu dipinto di blu, regia di Piero Tellini (1959)
Il rossetto, regia di Damiano Damiani (1960)
La ciociara, regia di Vittorio De Sica (1960)
Rat (La guerra), regia di Veliko Bulajic (1960)
Il sicario, regia di Damiano Damiani (1960)
Il giudizio universale, regia di Vittorio De Sica (1961)
La lunga calza verde, regia di Roberto Gavioli (1961) – animazione
Le italiane e l'amore, registi vari (1961)
Boccaccio '70, episodio La riffa, regia di Vittorio De Sica (1962)
I sequestrati di Altona, regia di Vittorio De Sica (1962)
Il boom, regia di Vittorio De Sica (1963)
Ieri, oggi, domani, regia di Vittorio De Sica (1963)
Matrimonio all'italiana, regia di Vittorio De Sica (1964)
Un mondo nuovo, regia di Vittorio De Sica (1965)
Caccia alla volpe, regia di Vittorio De Sica (1966)
Le streghe, episodio Una sera come le altre, regia di Vittorio De Sica (1967)
Sette volte donna, regia di Vittorio De Sica (1967)
Amanti, regia di Vittorio De Sica (1968)
I girasoli, regia di Vittorio De Sica (1969)
Lo chiameremo Andrea, regia di Vittorio De Sica (1972)
Una breve vacanza, regia di Vittorio De Sica (1973)
Il viaggio, regia di Vittorio De Sica (1974)
La veritàaaa, regia di Cesare Zavattini (1982)